Il difensore può visitare il proprio cliente a suo piacimento o ha bisogno di un’autorizzazione?

domande-colloquioCapita spesso che le forze dell’ordine, al fine di creare una pressione psicologica in capo all’arrestato (come se la situazione oggettiva in cui si trova non bastasse), carichino un po’ troppo il tiro minacciando l’arrestato imponendogli divieti che non stanno nè in cielo nè in terra.

Mi è stato riferito da più clienti che, una volta che le forze dell’ordine fossero giunta a conoscenza del fatto che le loro “vittime” avevano un difensore che non li lasciava soli ma che qualora non ritenga la necessità li vada anche a trovare a casa, gli è stato addirittura detto che persino il difensore, per avere un colloquio con il proprio cliente, debba richiedere un autorizzazione al Giudice per le Indagini Preliminari (Giudice competentente per prendere decisioni in questa fase del procedimento).

Alla luce di ciò penso sia doveroso ricordare l’importanza dell’avvocato nei procedimento penali, ho infatti più volte ricordato il ruolo garantito dalla Costituzione in certi commissariati, con varie raccomandate.

Naturalmente mi è stato sempre risposto che non era assolutamente vero ciò che mi era stato riferito dai miei clienti.

Io penso, ma non solo io, lo pensa la Costituzione, che l’avvocato abbia un ruolo fondamentale, sia nel corso del procedimento penale (come è ovvio) ma anche in sede di esecuzione penale di una sentenza o di una misura cautelare.

Il vostro avvocato, carte alla mano, è l’unico che obiettivamente può dirvi cosa potete e cosa non potete fare durante gli arresti domiciliari.

Ed in virtù di ciò, naturalmente, il nostro codice non ha previsto alcuna richiesta per il difensore per poter andare a trovare il suo cliente, nè in carcere, nè agli arresti.

Concludendo, l’avvocato può andare a trovare il proprio cliente ogni volta che lo ritiene necessario, senza avere bisogno di autorizzazione alcuna, nè da parte delle forze dell’ordine, nè da parte del Tribunale. L’unica autorizzazione di cui ha bisogno è quella del padrone di casa costretto agli arresti, contento di parlare con il proprio avvocato.

Avv. Carlo Chialastri

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Mancata risposta al citofono: Non è ritenuto sufficiente al fine di commettere la violazione

citofono
Corte di Cassazione Sez. Sesta Pen. – Sent. del 16.09.2011, n. 34281

Fatto e diritto

1. Deve premettersi che nei confronti di A. A. accusato del reato di cui agli art. 73 e 80 dpr n. 309/90, per il quale aveva già riportato condanna in primo grado, era stata disposta, in data 2/9/2010, la sostituzione -ex art. 276 cod. proc. pen.- della misura cautelare degli arresti domiciliari a cui era sottoposto con quella più rigorosa della custodia in carcere, in quanto i Carabinieri addetti al controllo, recatisi presso la sua abitazione la notte del precedente 15 agosto, pur avendo ripetutamente bussato al citofono, non avevano ricevuto alcuna risposta e ne avevano dedotto l’arbitrario allontanamento dell’imputato dal luogo di restrizione domiciliare.
2. Il Tribunale di Bari, con ordinanza 17/1/2011, decidendo in sede di appello ex art. 310 Cod. proc. pen., confermava il provvedimento 9/9/2010 della Corte d’Appello di Bari, che aveva rigettato la richiesta, avanzata dall’imputato, di revoca della custodia in carcere e di ripristino degli arresti domiciliari.
Il Tribunale riteneva accertata, sulla base di quanto riferito dai Carabinieri, la trasgressione da parte dell’imputato alle prescrizioni degli arresti domiciliari, considerato che l’assunto difensivo del presunto guasto al citofono non era stato dimostrato e, anzi, era smentito dalla circostanza che i verbalizzanti, in occasione del controllo eseguito la notte del 15/8/20lO avevano notato altra persona entrare nello stabile dopo avere citofonato.
3. Ha proposto ricorso per cassazione, tramite il proprio difensore, l ‘imputato, deducendo il travisamento della prova in ordine al ritenuto funzionamento del citofono e l’illogicità della motivazione nella parte in cui non aveva dato alcun rilievo alle allegazioni difensive. La difesa ha, inoltre, depositato memoria con la quale ha eccepito l’omessa notifica all’imputato dell’avviso di fissazione dell’udienza camerale dinanzi al Tribunale.
4. Il ricorso è fondato per le ragioni di seguito precisate.
Preliminarmente va disattesa l’eccezione in rito, dedotta con la memoria difensiva, considerato che l’avviso dell’udienza camerale ex art. 310 cod.. proc. pen. dinanzi al Tribunale risulta essere stato regolarmente e tempestivamente notificato all’imputato a mani proprie presso la Casa Circondariale di Lecce.
Pertinenti e rilevanti sono, invece, le censure mosse all’apparato argomentativo su cui riposa l’ordinanza impugnata, che, in maniera frettolosa e superficiale, ritiene provata la violazione da parte dell’imputato del divieto di allontanarsi dal luogo di restrizione domiciliare, sulla base della sola inferenza conseguente alla mancata risposta al citofono ripetutamente azionato dai Carabinieri addetti al controllo. Tale conclusione, basata su una mera presunzione, omette di analizzare specificamente, sia pure per disattenderle motivatamente, le articolate allegazioni difensive e non è conseguentemente sorretta da adeguato e logico percorso argomentativo.
Ed invero, l’imputato, a dimostrazione del guasto del citofono che serviva la sua abitazione, ha allegato la corrispondente dichiarazione dell’amministratore del condominio, A. P., incaricato di attivarsi per la relativa riparazione, non potuta tempestivamente eseguire per le difficoltà incontrate, dato il periodo feriale, nel reperimento del tecnico. Non ha mancato l’imputato di sottolineare, a propria difesa, le seguenti ulteriori circostanze. non prive di rilievo: a) dal constatato funzionamento regolare del citofono che serviva l’appartamento di altro condomino non poteva inferirsi anche l’efficienza dell’impianto relativo al proprio appartamento; b) il numero di utenza mobile .che pure i Carabinieri avevano inutilmente tentato di contattare, per verificare la sua presenza in casa, non era nella sua disponibilità, ma in quella di un suo familiare che, all’epoca, era in Albania; c) la mancata affissione al citofono di un cartello che ne segnalasse il guasto non dimostrava la trasgressione alle prescrizioni inerenti alla misura cautelare; d) i Carabinieri sarebbero comunque potuti entrare nello stabile in cui era ubicato il suo appartamento, facendo aprire il cancello dagli addetti alla vigilanza, che prestavano servizio continuativo.
A tali specifici rilievi l’ordinanza in verifica non dà alcuna risposta e deve, pertanto, essere annullata con rinvio al Tribunale di Bari, che dovrà, con ampia libertà di giudizio riesaminare il caso e motivare adeguatamente e logicamente la decisione che andrà ad adottare.
Non comportando la presente decisione la rimessione in libertà del ricorrente, la cancelleria provvederà agli adempimenti di cui all’art. 94/l 0ter disp. att. cod. proc. pen.

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata e rinvia per nuovo esame al Tribunale di Bari. Manda alla cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 94/1°ter disp. att. cod. proc. pen.
Depositata in Cancelleria il 16.09.2011

 

 Nonostante ciò, per evitare problemi, qualora sia possibile, ritengo sia meglio rispondere.
Carlo Chialastri
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Importanza di tenere il provvedimento del Giudice

L’articolo di oggi si concentrerà su quello che ritengo un consiglio pratico, basilare, al quale però, purtroppo, non tutti pensano.

Come ho più volte detto nei miei articoli, l’unico vero testo a fare legge nei casi di un applicazione di una misura cautelare, è proprio il provvedimento del Giudice dal quale ne deriva l’applicazione della misura cautelare.

Nel 99% dei casi questo provvedimento ce lo ritroviamo a casa, essendo obbligata la cancelleria del Giudice a notificare il presente atto, che vieni quindi presentato dalla Polizia Giudiziara al momento dell’applicazione della misura cautelare.

Visto il momento in cui viene notificata, capita spesso che la persona sottoposta a misura cautelare, presa da un attimo di ira, la butti o la strappi o comunque si dimentichi dove l’abbia messa.
Questo non è un problema, quel documento può sempre essere richiesto in Tribunale. Ciò che conta è che una copia resti a casa ed ora spiegherò il perchè.

Come dicevo prima, il provvedimento con cui viene applicata la misura cautelare è l’unico documento dove vi sono scritti e vari obblighi, divieti, ma soprattuto permessi (Ad esempio di lavoro, o di salute, come ad esempio la cura al SERT).

Non molti sanno che può capitare, e anzi, purtroppo, capita abbastanza spesso, che la Polizia Giudiziaria denunci l’indagato per non averlo trovato nella propria abitazione durante il controllo…anche se questa persona era fuori casa a segueto di un permesso!

Naturalmente poi al processo penale che ne deriverà si capirà presto l’errore…ma prevenendo si risparmierebbero soldi (di avvocato), salute (non fa piacere essere accusati di “evasione”) ed eventuali errori giudiziali.
Ricordate che purtroppo la sola parola di un detenuto non conta molto per un agente di Polizia Giudiziaria in sede di controllo.

Per questo motivo ritengo estremamente necessario tenere il provvedimento del Giudice dentro casa.

Carlo Chialastri

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Amnistia: prima una ogni due anni, ora tarda da 25.

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Prevista dall’art. 79 della Costituzione, l’Amnistia rappresenterebbe un forte impulso per la risoluzione dei problemi sul sovraffollamento dei carceri in Italia.

Nonostante i continui richiami (e le salate multi comminate) da parte dell’Unione Europea, in Italia si continua a prendere sotto gamba questa situazione, avvicinandoci lentamente verso l’ennesimo ultimatum dato dall’Unione Europea (28 maggio).

Proprio in vista di questo ultimatum, domani 23 aprile, il Ministro della Giustizia dott. Andrea Orlando, presenterà un intervento al fine di giungere ad una soluzione.

Paradossale il caso in cui l’Italia non predisponga alcuna riforma entro il termine stabilito dall’Unione Europea…vi sarà infatti una tanto minacciata multa…ma questa multa a carico di chi sarà? Dei parlamentari che non hanno svolto i loro compiti? O sarà l’ennesima multa messa a carico delle casse dello stato? Naturalmente la risposta è scontata.

Nonostante io sia uno di quei pazzi che crede che il problema del sovraffollamento dei carceri si possa risolvere solo nelle scuole, con l’insegnamento dei valori sulla corretta convivenza nella società e dell’educazione dei bambini, penso anche che ora l’amnistia sia necessaria come non mai.

Con una breve ricerca potremmo trovarci davanti un risultato imbarazzante.

Dal 1942 al 1990 l’amnistia è stata concessa ben 30 volte, quindi ad occhio e croce una volta ogni due anni.

Avete capito bene, dal 1990 fino ad oggi non è stata più concessa neanche un amnistia!

Come è possibile ciò? Perchè vi è stato questo cambio di tendenza?

Dal 1992 l’ultima riforma costituzionale ha attribuito questo potere al Parlamento, come espressione della volontà popolare abbracciando un principio più democratico, con votazione a maggioranza qualificata e particolare proprio per la serietà della materia che si va a deliberare.

Come suol dirsi, il legislatore, “per abbracciare un principio più democratico”, ha sostanzialmente levato questo beneficio.

Questa riforma sarebbe stata consona in uno Stato che funziona, dove il Parlamento pensa veramente al bene dei propri cittadini e lavora per conseguirlo…purtroppo questa non è l’Italia, ed il problema dell’amnistia lo ha evidenziato per l’ennesima volta.

Carlo Chialastri

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Ora d’aria non prevista agli Arresti Domiciliari

Nell’articolo di oggi esaminerò un aspetto particolare della previsione legislativa, mostrando, ulteriormente, come ci siano delle divergenze illogiche sul trattamento previsto dalla legge tra un detenuto in carcere ed un indagato agli arresti domiciliari.

Come sappiamo, ai detenuti in carcere è permessa, o meglio, è garantita la così detta “ora d’aria” dall’art. 10 della Legge 26 luglio 1975 n. 354 “Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà” che recita:

Ai soggetti che non prestano lavoro all’aperto é consentito di permanere almeno per due ore al giorno all’aria aperta (cd. ora d’aria). Tale periodo di tempo può essere ridotto a non meno di un’ora al giorno soltanto per motivi eccezionali.

La permanenza all’aria aperta é effettuata in gruppi a meno che non ricorrano i casi indicati nell’ articolo 33 e nei numeri 4) e 5) dello articolo 39 ed é dedicata, se possibile, ad esercizi fisici.”

Vediamo come siano garantiti più che giustamente, ai detenuti almeno due ore al giorno di aria aperta. Sappiamo anche grazie a numerosi studi come sia necessario per l’essere umano lo stare sotto al sole, respirare aria fresca, svagarsi.

Sappiamo anche invece che gli arrestati ai domiciliari non hanno la possibilità di beneficiare di questa garanzia, di questo diritto.

Questo a mio avviso non è giusto, e mi auspico una riforma che preveda la possibilità per l’indagato agli arresti di poter passare almeno un ora nel terrazzo del condominio, o nel cortile interno. Questa possibilità già avviene, ma solo se debitamente richiesto, e dopo la decisione del giudice. Sarebbe invece più corretto a mio avviso il prevederlo legislativamente.

Numerosi sono i casi di soggetti agli arresti domiciliari che hanno come unica dimora un monolocale, minuscolo, senza balconcino…e dove magari vivano anche da soli.

Per loro, lo stare anche “soli” 6 mesi, senza neanche l’ora d’aria, può rappresentare una vera e propria tortura.

Ricordo che stiamo parlando di persone indagate dove vi sono sì sospetti di colpevolezza, ma dove il processo si stà ancora svolgendo, quindi ancora non sono state ritenute colpevoli del reato contestato.

Grazie per la lettura

Carlo Chialastri

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Arresti Domiciliari: Passeggiare nel cortile è possibile?

Frequente l’attribuzione degli arresti domiciliari chi vive all’interno di un palazzone, resta da capire se l’area comune del condominio, quindi pianerottoli, scale, terrazzi e qualora vi sia un cortile o giardinetto, sia utilizzabile dall’indagato agli arresti.

Vi è quindi la possibilità di passeggiare nel cortile ?

A favore della tesi potrebbe esserci l’analogia logica che potrebbe farsi immaginando un soggetto agli arresti domiciliari in una villa da 200 metri quadri e un ettaro di terreno…in tal caso infatti l’indagato avrà la possibilità di muoversi per tutta la sua proprietà, salvo limitazioni specifiche del Giudice in sede di Ordinanza applicativa della Misura Cautelare.

Ma purtroppo questo collegamento logico non va bene, ed è dello stesso avviso la Corte di Cassazione (Cass. sez. VI penale del 5 febbraio 2013 n. 7780) la quale ha sottolineato il concetto che l’abitazione, individuata come luogo dove deve rimanere agli arresti, deve correttamente intendersi come il luogo in cui la persona conduce la vita domestica e privata, con esclusione di ogni altra appartenenza, quali cortili, giardini, terrazze che non rappresentino sostanziali e formali pertinenze in senso civilistico dell’immobile in cui si è agli arresti domiciliari, ossia elementi integranti non solo caratteri di essenziale funzionalità dell’immobile ma di questo costituente staticamente elemento imprescindibilmente collegato in detto carattere di funzionalità alla cosa principale”.

Non è quindi possibile passeggiare nel cortile, salvo diversa disposizione del Giudice.

Nonostante ciò è possibile, qualora ve ne siano i presupposti, richiedere al Giudice la modifica delle condizioni della Misura Cautelare al fine di poter passeggiare nel cortile o più semplicemente prendere un po’ d’aria senza far del male a nessuno.

Carlo Chialastri

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Lavorare agli arresti domiciliari, quando è possibile?

Sappiamo come sia possibile per l’arrestato ai domiciliari ottenere dei veri e propri permessi al fine di poter continuare a lavorare agli arresti domiciliari.
L’esperienza insegna però, che questi permessi non sempre vengano dati, capitando di frequente che il soggetto a cui venga negato questo diritto al lavoro si trovi nella condizione di non poter più andare a lavoro.
Qualora sia un lavoratore dipendente il soggetto correrà il rischio, purtroppo concreto, di perdere il lavoro…e tutto questo prima ancora che ci sia una sentenza di condanna!

Ricordo che ogni volta che parlo, e si parla in linguaggio tecnico (non giornalistico perchè molte volte si confondono), di “arresti domiciliari”, ci si riferisce alla misura cautelare coercitiva personale, quindi una limitazione della libertà che avviene durante il corso del processo, prima della sentenza di condanna.

Diversa, naturalmente, è l’esecuzione della sentenza ai domiciliari, definita “detenzione domiciliare”.

Dopo questo breve ripasso, resta da capire in quali casi il Giudice permette all’inquisito di continuare a lavorare.

L’articolo 284 del Codice di Procedura Penale, comma terzo, recita: “Se l’imputato non può altrimenti provvedere alle sue indispensabili esigenze di vita ovvero versa in situazione di assoluta indigenza, il giudice può autorizzarlo ad assentarsi nel corso della giornata dal luogo di arresto per il tempo strettamente necessario per provvedere alle suddette esigenze ovvero per esercitare una attività lavorativa.”

Come vediamo, affinchè sia concessa questa possibilità, l’indagato dovrà avere la necessità di lavorare per provvedere alle indispensabili esigenze di vita. Naturalmente è compreso l’intero nucleo familiare.

Per quanto riguarda la situazione di assoluta indigenza, la Corte di Cassazione (Sez. III, 15-07-2010, n. 34235) ha specificato cosa significhi il termine “indigenza” ovvero: “di essere privo di risorse economiche e di non potere fruire di sostegno finanziario da parte di terzi (familiari e/o non).”

Per la valutazione, quindi, il Giudice terrà conto della situazione soggettiva patrimoniale dell’arrestato nel suo complesso, decidendo caso per caso, non essendo ancora regolamentate delle vere e proprie “soglie di reddito” entro cui stare per poter beneficiare del permesso.

Carlo Chialastri

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Spaccia agli Arresti ed evade

Una particolare vicenda è successa oggi nel bergamasco.

La storia, che di certo non può essere presa ad esempio, ha come protagonista N.F., cittadino albanese di 27 anni.

Il ragazzo in questione stava scontando gli arresti domiciliari presso la propria abitazione di Bergamo, in attesa dell’evolversi del processo a suo carico per spaccio di sostanze stupefacenti.

Evitando di giudicare, cosa che cerco sempre di fare, vi è da dire che il sopra citato ragazzo, non contento della situazione, avrebbe continuato noncurante a spacciare da casa, nonostante la situazione legale in cui versava non era affatto delle più rosee.

E fu così che gli agenti della squadra mobile di Bergamo, durante un controllo effettuato la mattina del 28 marzo, hanno trovato in camera da letto dell’indagato ben 50 grammi di cocaina, sostanze varie per il taglio, un bilancino di precisione e 1400 euro in contanti.

A seguito di ciò è naturalmente partito un altro procedimento penale, distaccato dal precedente per il quale stava “scontando” gli arresti domiciliari.

Non capita tutti di scovare un ragazzo che spaccia agli arresti, e ciò di sicuro non farà molto piacere ai Giudici che andranno a giudicare.

Stranamente gli arresti domiciliari non sono stati revocati, disponendone ulteriori, ma…”chi l’ha dura la vince….” infatti sabato 29 marzo, quando gli agenti sono andati nella sua abitazione per prelevarlo e portarlo al processo (ndr. il secondo, per direttissima) non hanno trovato nessuno nell’abitazione.

Avviate le indagini, l’evaso albanese è stato trovato in una casa con due sue fratelli…e iscritto nel registro dei reato un nuovo procedimento, questa volta per evasione.

Alla luce di tutto questo, al ragazzo albanese, in fine, sono stati revocati gli arresti domiciliari ed è stato trasferito immediatamente in carcere in attesa dell’esito dei tre procedimenti penali.

Carlo Chialastri

 

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Fuga dagli Arresti: Evasione

Come si apprende dal sito della Polizia di Stato (http://www.poliziadistato.it/articolo/view/32680/) un tunisino di 42 anni è stato arrestato pochi giorni fa a Messina per non essere stato trovato nella propria abitazione durante il controllo di routine.

Ricordo che qualora un soggetto, destinatario di una misura cautelare degli Arresti Domiciliari, esca dalla propria abitazione senza permesso, dato che sarà ritenuta come una fuga dagli arresti…non si leverà semplicemente la misura cautelare (con conseguente trasferimento dell’individuo in carcere) ma si aprirà un ulteriore procedimento con il capo d’imputazione del reato di evasione.

Riportiamo integralmente il testo dell’art 385 del Codice Penale:

Chiunque, essendo legalmente arrestato o detenuto per un reato, evade, è punito con la reclusione da sei mesi ad un anno.
La pena è della reclusione da uno a tre anni se il colpevole commette il fatto usando violenza o minaccia verso le persone, ovvero mediante effrazione; ed è da tre a cinque anni se la violenza o minaccia è commessa con armi o da più persone riunite.
Le disposizioni precedenti si applicano anche all’imputato che essendo in stato di arresto nella propria abitazione o in altro luogo designato nel provvedimento se ne allontani, nonché al condannato ammesso a lavorare fuori dello stabilimento penale.
Quando l’evaso si costituisce in carcere prima della condanna, la pena è diminuita.

Seppur scontato, è doveroso dire che sarebbe meglio non trovarsi in questa situazione, dato che si complicherebbero non uno, ma ben due processi distinti (immaginate quanto sia dura per un Giudice assolvere un soggetto “fuggito” dagli arresti domiciliari).

Carlo Chialastri

 

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Rifiuto dei domiciliari…per paura delle donne!

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Sono di oggi due diverse notizie che hanno un qualcosa in comune…la volontà dell’arrestato di restare in carcere rifiutando così gli arresti domiciliari!

Questo è quanto successo oggi nelle aule dei Tribunali di Lucca e di Treviso.

Il primo caso riguarda un Maghrebino di 27 anni, indiziato per una rapina avvenuta ai danni di una signora ad ottobre del 2013.

Il ragazzo avrebbe preferito la permanenza al carcere al posto di scontare gli arresti a casa della suocera, dopo che uno zio, destinazione a lui gradita, avrebbe rifiutato di accogliere il nipote.

Si è così proposta la suocera, di certo non aspettandosi un “no” così secco da parte del genero.

Il secondo caso riguarda invece un italiano di 38 anni, anche lui arrestato per essere indiziato in un processo avente ad oggetto una rapina.

In questa diversa situazione l’indiziato avrebbe avuto paura della convivenza forzata con la sua fidanzata.

Riporto le sue dichiarazioni, prese dal sito de Il Messaggero: “Avvocato si fermi. Non voglio andare ai domiciliari dalla fidanzata nel Montebellunese o da quei parenti. Sto meglio in carcere.”

Come sappiamo, spesso la scelta tra passare gli arresti in carcere o a casa è forzata per mancanza di un domicilio valido o di un parente o fidato che decida di accogliere l’indiziato.

Altre volte invece capita, come in questi casi, che ciò avvenga dopo una scelta volontaria con il rifiuto dei domiciliari.

Sospetto vivamente, non augurandomelo, che la scelta dei due signori abbia leggermente inclinato i loro rapporti di coppia.

Carlo Chialastri

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