Posso andare a fare la spesa se sto morendo di fame?

Si può fare la spesa se si è ai domiciliari?

Capita spesso che nel corso della propria prigionia ai domiciliari si abbia bisogno di avere qualcosa che dentro casa non c’è. È quindi possibile andare a fare la spesa?

Oggi prendiamo l’esempio del cibo: qualora non si abbia cibo a casa e si inizi ad avere fame…cosa si può fare?

Se si hanno parenti od amici a disposizione il problema non sorge poichè si avrà sempre la possibilità di chiedere il favore a qualcuno di andare a comprarci qualcosa.

Non sempre però chi è ai domiciliari ha la fortuna di essere accudito da qualche familiare o amico, si può quindi uscire di casa per andare a fare la spesa se nessuno è disponibile ad aiutarci?

Purtroppo la risposta è NO. Infatti sono molteplici i casi in cui non venga riconosciuto il giustificato motivo per essersi allontanati di casa.

È successo pochi giorni fa ad una signora di 63 anni di Colleferro.

Una volta trovata al supermercato è stata arrestata per evasione e condannata alla pena di 5 mesi di reclusioni (da sommarsi naturalmente alla pena che già stava scontando).

Riporto un passo della Cassazione su un caso simile del 2015: “impedire che il detenuto esprima la propria pericolosità al di fuori del luogo di detenzione e, dall’altro – quella di – garantire il rispetto del provvedimento adottato dall’autorità giudiziaria e consentire un agevole controllo alle autorità di polizia“.

Conseguentemente, “anche un allontanamento temporaneo, senza permesso, dal luogo di arresto, integra gli estremi del reato, poiché il termine allontanarsi va letto nel più ampio contesto dell’economia cui la norma corrisponde” (cfr., tra le altre, Cass. Sez. VI, 22.7.1995 n. 8248,).

Come risolvere quindi?

Ormai è possibile ordinare qualsiasi tipo di cibo che verrà portato direttamente a casa.

Informarsi anche sui vari supermercati che offrono il servizio di consegna a domicilio per la spesa.

Se siete soli e nel provvedimento che ha stabilito la misura dei domiciliari non è prevista neanche un’ora giornaliera per permettervi di andare a fare la spesa, o andare in farmacia o dal dottore, fate fare istanza al Giudice competente dal vostro avvocato per chiedere la modifica della misura, è un vostro diritto.

Non rischiate, le conseguenze come avete letto comportano ulteriori problemi ad una situazione di per sè già non semplice.

Avv. Carlo Chialastri

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Pro e contro della riforma del procedimento penale Orlando 2017

E0702 KLENZE 9463

Molti parlano ed esprimono opinioni a riguardo di questa riforma, ma nella maggior parte dei casi prendono una posizione, si schierano, senza neanche essersi informati.

Per questo motivo voglio parlarvene suddividendo la legge, secondo la mia opinione ed esperienza,  in ciò che ritengo utile ed in ciò che contrasto fortemente.

Premetto che il disegno di legge è in fase di approvazione ma difficilmente ci saranno modifiche consistenti.

Ma ora vediamo insieme i punti salienti della riforma e cerchiamo di capirci qualcosa in più:

1- Estinzione del reato per condotte riparatorie.

“Nei reati procedibili a querela il giudice dichiara estinto il reato, sentite le parti e la persona offesa, quando l’imputato ripara interamente il danno mediante restituzione o risarcimento ed elimina le conseguenze del reato. La regola è che il danno sia riparato prima che abbia inizio il dibattimento.
Una delega, infine, affida al Governo il compito di estendere la procedibilità a querela anche ai reati che arrecano offese di modesta entità salvo che la persona offesa sia incapace (per età o infermità).
L’ambito applicativo del nuovo istituto delle condotte riparatorie è limitato ai reati perseguibili a querela remissibile;
a questa innovazione sono ovviamente collegate le altre norme che estendono la perseguibilità a querela per i reati contro la persona e contro il patrimonio che arrechino offese di modesta entità all’interesse protetto, salvo che la persona sia incapace per età o infermità.
In sostanza, le condotte riparatorie di cui all’art. 1 del disegno di legge realizzano l’apprezzabile risultato di sottrarre l’effetto estintivo della remissione al mercanteggiamento tra le parti private per affidarlo interamente al giudice, neutralizzando così eventuali ritrosie della persona offesa.”

Nella prassi questo argomento era già un punto di forza delle difese. L’averlo inserito una volta per tutte nel codice è sicuramente una positiva novità della riforma penale, anche se mi preoccupa il fatto che la parte offesa non abbia più voce in capitolo.

2 – Gli inasprimenti sanzionatori:

Qui siamo di fronte ad un inasprimento sanzionatorio su 4 reati ad hoc che in comune hanno poco e nulla. I 4 reati in questione sono: furto con scippo, furto in abitazione (da un anno di minimo edittale a 3 anni) rapina (da 3 anni di minimo a 4) e scambio elettorale politico mafioso (portandolo ad una pena prevista da 6 a 12 anni).

Qui siamo di fronte ad una mossa politica che, a mio avviso, non ha nulla a che vedere con le esigenze di Giustizia.

Cambia anche il sistema delle relazioni tra le circostanze attenuanti ed aggravanti, rendendo impossibile che in determinati reati le circostanze attenuanti possano essere ritenute equivalenti o predominanti sulle aggravanti…e questo per me rappresenta un vero e proprio “obbrobrio”

3 – Modifica all’art. 48 sulle sanzioni previste per il ricorso ritenuto inammissibile:

La modifica prevede che si possa irrogare una sanzione fino al doppio precedentemente previsto (da 1000 fino a 5000) nel caso in cui le richieste (come ad esempio il ricorso in Cassazione) delle parti siano infondate…sempre più consolidato il principio del “non veniteci a disturbare”………… CONTRO, la Giustizia deve avvicinarsi ai cittadini e non allontanarsi!

4 – La riforma della disciplina della prescrizione:

Questo è il punto che, a ragione, ha sollevato più critiche da parte degli avvocati penalisti e delle Camere Penali.

La nuova norma prevede la sospensione del decorso della prescrizione per ben 18 mesi dal momento della sentenza di condanna. Questo viene fatto, così si giustifica il Legislatore, per adempiere agli obblighi scaturenti dall’art. 111 della Costituzione e dall’art. 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (ragionevole durata del processo).

Va da sè che è un paradosso incredibile il voler garantire una durata ragionevole del processo…aumentando i tempi del processo stesso!
L’unica cosa da fare, lo ripeto e lo ripeterò ancora ed ancora, per garantire una durata ragionevole di un processo è investire nella Giustizia, aumentando il personale pubblico (cancellieri, segretari e Giudici), facendo lavorare più persone per migliorare il servizio… queste riforme a costo 0 (consolidate da anni) non fanno che impoverire la Giustizia stessa, senza portare risultato alcuno….assolutamente contrario!

5 – Riduzione dei tempi per le indagini:

Molto bello a parole ma se non si stanziano fondi per aumentare il personale che ruota dentro ed attorno la Giustizia il tutto non può che restare un bel discorso senza riscontro nella realtà.

Rems e infermità mentali. non lo so non sono informato – argomento delicato, comunque oggetto di rinvio al governo

20 giorni per opposizione archiviazione: Questo è un punto leggermente positivo per noi avvocati che, messi all’interno di un sistema in cui – coloro che indagano e coloro che poi decidono – si prendono i tempi che vogliono, senza conseguenza alcuna, almeno abbiamo 10 giorni di tempo in più per scrivere un’opposizione.

6 – Udienza a distanza:

La partecipazione a distanza al procedimento diviene la regola nei seguenti casi:

  • la persona si trova detenuta per un delitto di mafia o comunque particolarmente grave;
  • la persona è ammessa a misure di protezione.

L’eccezione alla regola – ovvero la presenza fisica in udienza – può essere prevista dal giudice con decreto motivato; tale eccezione non opera mai per i detenuti soggetti alle misure di detenzione speciale di cui all’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario.

L’aspetto preoccupante di questa novità non rappresenta la novità in sè, bensì la possibilità che questo sia l’inizio di un orientamento che vuole gli imputati ed i condannati ben lontani dalle aule di Giustizia. Contrario e preoccupato.

7 – Intercettazioni:

Si prevede una nuova fattispecie penale (punita con la reclusione non superiore a 4 anni) volta a punire coloro che diffondano il contenuto di riprese audiovisive o registrazioni di conversazioni telefoniche fraudolentemente captate, con la finalità di recare danno alla reputazione. La punibilità è esclusa quando le registrazioni o le riprese sono utilizzate nell’ambito di un procedimento amministrativo o giudiziario o per l’esercizio del diritto di difesa o del diritto di cronaca.

Su questo sono d’accordo….ma andiamo avanti (la fregatura è sempre dietro l’angolo)…

Si disciplinano le intercettazioni di comunicazioni o conversazioni tra presenti mediante immissione di captatori informatici (cosiddetti Trojan) in dispositivi elettronici portatili, prevedendo, in particolare, che si possa procedere in tali casi ad intercettazione ambientale senza limiti solo per i procedimenti di mafia e terrorismo.

Ed infatti… le intercettazioni dovrebbero limitarsi alle indagini su determinati fatti oggetto di reato.
La previsione di uno strumento per entrare facilmente all’interno dei computer degli indagati può far ottenere molte più informazioni di quelle che servirebbero per il procedimento in sè.
Non dimentichiamo che stiamo in un mondo in cui le notizie vengono vendute. Non dimentichiamo quante intercettazioni, che non avevano nulla a che fare con il procedimento penale per il quale furono disposte, siano state pubblicate dalla stampa (con grande mistero su chi le abbia diffuse…..).

Non posso che essere contrario: nella legge non è stabilita nessuna forma di garanzia per l’intercettato.

 

8 – Delega per la riforma dell’ordinamento penitenziario:
La disposizione di delega  contiene infine specifici principi e criteri direttivi per l’adeguamento delle norme dell’ordinamento penitenziario alle esigenze rieducative dei detenuti minori di età, con riferimento tanto alle autorità giurisdizionali coinvolte, quanto all’organizzazione degli istituti per i minorenni, passando per la revisione delle misure alternative alla detenzione e dei benefici penitenziari, con particolare attenzione all’istruzione ed ai contatti con la società esterna, in funzione di reinserimento sociale.

Sono d’accordo con lo spirito di questa modifica ma vedremo cosa riserverà (e quando) l’attuazione.

 

CONCLUSIONI:

Questa a mio avviso è una riforma allarmante.

Questo perchè è una riforma con bei slogan ma che nel concreto vedrà l’attuazione di sole norme volte ad allontanare il cittadino dalla Giustizia.

Le vere riforme che andrebbero fatte sono quelle volte all’incrementare il personale che ruota attorno alla Giustizia. Solo così si potrà sbloccare un sistema ormai saturo. Solo così si potrà garantire una durata ragionevole del processo. Solo così si potrà effettivamente e concretamente investire sulla Giustizia. Solo così si tornerà ad avere fiducia in essa.

CC

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Basta una querela per farci perdere il porto d’armi?

Dal Blog http://www.leggearmi.it/
La domanda sembra strana ma non lo è.
Basta leggere la sentenza del  Consiglio di Stato,  n. 3329 25 luglio 2016.
Contro Tizio era stata presentata una querela per ingiurie, lesioni e minacce gravi.
A seguito della querela (cioè di un atto di un altro privato) a Tizio, il Prefetto di Bari gli ha vietato di detenere armi.
I TAR della Puglia ha confermato tale decisione e lo stesso ha fatto il Consiglio di Stato, con la sentenza indicata.
Il Consiglio di Stato ha scritto che “Invero il titolare di licenza di p.s. è tenuto, come dianzi esposto, a tenere un comportamento ancor più rigoroso di quello richiesto comunemente ad altre persone ed anche una sola querela, per reati di una certa rilevanza e gravità quali quelli di cui trattasi, può giustificare un provvedimento di divieto di detenzione di armi alla luce proprio delle disposizioni del T.U.L.P.S. e della stessa citata circolare ministeriale.”
Tizio aveva presentato una controquerela (ma solo dopo il provvedimento prefettizio) ma questo non è stato sufficiente per il Consiglio di Stato. Ha infatti affermato solo che se – in seguito alla controquerela – uscisse una sentenza che dichiara che i fatti di cui fu accusato Tizio erano falsi, Tizio potrebbe chiedere la revoca del provvedimento restrittorio.
In chiusura riporteremo gran parte della motivazione della sentenza.
La sentenza così come è fatta è viziata da una mentalità di fondo errata.
Tanto per cominciare se uno ci vuole male e ci querela dicendo il falso non vedo proprio perchè questo debba essere sufficiente a farci perdere i permessi in materia di armi.
Faccio l’avvocato da tanto tempo e ho visto anche querele e denunce del tutto false, fatte al solo scopo di danneggiare o estorcere denaro.
Sarebbe stato quindi logico e giusto specificare che, in presenza di una querela, l’autorità amministrativa aveva il diritto ed il dovere di esaminare la situazione e decidere ma non sulla sola lettura della querela ma sull’esame dei fatti concreti! Perlomeno per come appaiono a prima vista, magari ascoltando dei testimoni o valutando prove o indizi sommari o perlomeno che deduzioni che prescindono da quanto esposto dalla controparte.
Il concetto di fondo sembra sempre il solito: tu cittadino non hai alcun diritto di avere un’arma. Io Stato te lo posso concedere solo se mi va e quando mi va.
In pratica il concetto di base diventa quello che se vuoi conservare il diritto di avere un vecchio fucile da caccia, se ti sputano in faccia ringrazia, se trovi tuo marito o tua moglie che fa sesso nel tuo letto, ringrazia e chiudi la porta, se ti pestano come un tamburo porgi l’altra guancia (se ancora non te l’hanno sfregiata).
Tutto questo è più attinente al Vangelo ed alla santità che non alla condotta di vita corretta che – giustamente deve avere – chi ha una autorizzazione in materia di armi!
Esattamente il contrario di quanto succede negli USA dove al primo posto non c’è lo Stato ma la Libertà, il cittadino (con tutte le differenze del caso, ovviamente).
Anche se questa volta la Magistratura non ha fatto una bella figura, rimane tuttavia il fatto che contro gli abusi eventuali di Prefettura e Commissariati esiste una unica strada, quella del ricorso giudiziale. Mugugni e lamentele non servono assolutamente a nulla se poi si traducono in una accettazione di ingiustizie.
Altre volte la Magistratura ha dato segno di notevole equilibrio e ne abbiamo scritto più volte in questo blog. Ricordo la Cassazione che ha fatto, ad esempio, marcia indietro sui coltelli ad apertura bloccabile (prima considerati come pericolosi pugnali e poi riabilitati).
Riportiamo ora il brano della decisione del Consiglio di Stato: sono parole di per se’ giuste ma carenti per quello che abbiamo rilevato sopra.
“E’ indubbio che la disciplina delle licenze di p.s. pone un rigoroso quadro normativo ispirato al possesso della buona condotta e all’affidabilità nell’uso delle armi, la cui valutazione è rimessa all’autorità di p.s. alla luce di un complessivo giudizio connotato da lata discrezionalità, oltreché in sede di rilascio, anche in sede di rinnovo e permanenza del titolo nel tempo; ed è vero anche che, secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza amministrativa, le situazioni degli interessati devono essere vagliate non già in astratto ma in concreto, sulla base di un’adeguata istruttoria e congrua motivazione, rapportate al momento della valutazione e agli elementi in concreto acquisiti.
Ciò vale anche per quella di cui trattasi, collegata alla tutela della pubblica e privata incolumità connessa proprio all’uso delle armi e quindi al possesso di requisiti soggettivi di specifica affidabilità e di dimostrato bisogno, per cui il Prefetto ha un potere ampiamente discrezionale nel valutare con il massimo rigore qualsiasi circostanza che consigli l’adozione del provvedimento di divieto o di revoca della detenzione dell’arma, in quanto la misura restrittiva persegue la finalità di prevenire la commissione dei reati e, in generale, di fatti lesivi della pubblica sicurezza, con la conseguenza che il detentore deve essere persona esente da mende o da indizi negativi.
Orbene, ad avviso del Collegio, il provvedimento de quo contiene gli elementi indispensabili, in fatto e in diritto, per configurare la fattispecie all’esame, e la Sezione condivide le puntuali argomentazioni già svolte dal giudice di prime cure, che, dopo aver richiamato il contesto normativo e giurisprudenziale, ha sottolineato, come detto, la correttezza della valutazione effettuata dall’Amministrazione sia pure alla luce di una sola querela.
Invero il titolare di licenza di p.s. è tenuto, come dianzi esposto, a tenere un comportamento ancor più rigoroso di quello richiesto comunemente ad altre persone ed anche una sola querela, per reati di una certa rilevanza e gravità quali quelli di cui trattasi, può giustificare un provvedimento di divieto di detenzione di armi alla luce proprio delle disposizioni del T.U.L.P.S. e della stessa citata circolare ministeriale.”

 

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Critiche al sistema dell’appello ex art. 310 cpp sull’aggravamento della misura

arresti domiciliari

arresti domiciliari

Qualora il giudice di prime cure imponga una misura cautelare ad un indagato, è previsto il sistema del riesame ex art. 309 del codice di procedura penale.

Questo strumento prevede che il Tribunale del Riesame debba valutare e decidere sulla questione presentatagli entro il termine perentorio di giorni 10 dalla ricezione degli atti.
Cosa succede se il Tribunale non risponde entro questi 10 giorni? Succede che la misura cautelare contestata, cade, viene quindi annullata.

Questo è un sistema a garanzia dell’indagato privato della libertà, a mio avviso giustissimo.

Ma vorrei porre l’attenzione su un caso diverso ma simile. Ipotizziamo che all’inizio il giudice delle indagini preliminari abbia disposto tramite ordinanza la misura cautelare dell’obbligo di presentazione alla P.G e che poi, a seguito di presunta violazione della misura, l’abbia aggravata con una più pesante come quella della custodia in carcere.

Qualora il provvedimento sia impugnato dalla difesa dell’indagato non sarà possibile presentare il Riesame (ex art. 309 cpp) bensì l’appello (innanzi allo stesso Tribunale del Riesame) ex art. 310 cpp.

Cosa comporta questa “piccola” differenza?

Comporta che purtroppo il Tribunale, in caso di Appello, non avrebbe l’obbligo di decidere entro il termine perentorio di 10 giorni dalla trasmissione degli atti.

Infatti l’art. 310 cpp recita “Il tribunale decide entro venti giorni dalla ricezione degli atti con ordinanza depositata in cancelleria entro trenta giorni dalla decisione “ ma, come leggete, nessuna conseguenza è stabilita per l’omessa decisione entro il termine stabilito!

Questo comporta, soprattutto in Tribunale sovraccaricati come quello di Roma, che la decisione potrebbe arrivare anche dopo 3-4 mesi dalla presentazione dell’appello.

Questo perchè, agli occhi del legislatore, con la modifica della misura non vi è bisogno dell’urgenza stabilita dall’art. 309 poichè le esigenze cautelari sono ormai consolidate e quindi non se ne ravvede l’urgenza.

A mio avviso ciò rappresenta una grave violazione dei principi su cui si basa, inoltre, il regime delle misure cautelari. L’esigenza cautelare va sempre rapportata alla misura cautelare scelta, e la sua modifica, soprattutto se comporta un aggravamento così sostanzioso come quello del passare da un obbligo di firma ad una custodia cautelare in carcere, dovrebbe far rivalutare il tutto con estrema urgenza.

Mi auguro che prima o poi si cambi orientamento.

Non passa mai di moda, purtroppo, il celebre aforisma di Montesquieu “Giustizia ritardata è Giustizia negata”.

CC

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Risarcimento danni per condizioni inumane in carcere: critiche al decreto

 

Nonostante sia in vigore solamente dal 28 giugno, il D.L. 92 del 2014, ha già subito, come al solito, numerose critiche.

La prima caratteristica del decreto che salta all’occhio riguarda l’esigua somma di 8 euro per ogni giorno di tortura o atto inumano subito (nel caso in cui la vittima sia stata scarcerata) prevista come risarcimento che lo Stato Italiano deve all’ex carcerato in questione.

Per quanto riguarda invece il caso in cui la vittima dei trattamenti degradanti ed inumani sia ancora detenuto presso il carcere, il decreto dispone che il soggetto che abbia patito per più di 15 giorni una carcerazione in condizioni inumane, possa presentare un’istanza al magistrato di sorveglianza, chiedendo, a titolo di risarcimento del danno, una riduzione della pena detentiva da espiare pari a un giorno per ogni dieci durante i quali il richiedente ha subito il pregiudizio.

Il decreto dispone inoltre che il termine per chiedere il risarcimento è di soli 6 mesi da quando si è stati scarcerati. Questo è a mio avviso un abominio di legge su cui sicuramente tra, purtroppo troppi, anni, si pronuncerà un organo superiore.

Ulteriori critiche al decreto sono state sollevate sul fatto che il testo nulla dice sulle modalità di acquisizione della prova in sede di giudizio per stabilire se e come vi siano stati dei trattamenti o delle condizioni contrari ai principi stabiliti dalla normativa europea.

E’ evidente come ci troviamo innanzi all’ennesimo decreto fatto in fretta e furia, con il fantasma delle sanzioni europee alle calcagna.

Purtroppo l’idea del “legislatore”, spinta dagli ideali europei, non era sbagliata; ma la realizzazione del decreto è sostanzialmente lacunosa.

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Cassazione: Interrogare indagato non obbligatorio se cade misura cautelare per motivi formali

Depositate le motivazioni delle Sezioni Unite penali n. 28270/2014 in merito alla necessità di interrogare di nuovo per la riemissione del provvedimento cautelare divenuto inefficace ex art. 309 c.p.p. commi 5 (mancata trasmissione atti) e 10 (mancata tempestiva decisione su riesame).

Precedentemente la Quinta Sezione Penale, sempre della Suprema Corte di Cassazione, aveva rimesso alle Sezioni Unite il quesito “Se sia necessario il previo interrogatorio in caso di nuova emissione di misura cautelare, a seguito di dichiarazione di inefficacia di quella precedente, per il mancato rispetto dei termini nel procedimento di riesame”

I giudici osservano come in realtà non sia riscontrabile nella giurisprudenza di legittimità un reale orientamento contrario rispetto a quello oramai consolidato secondo cui, nell’ipotesi di emissione di nuova misura custodiale in seguito alla dichiarazione di inefficacia, ai sensi dell’art. 309 c.p.p., commi 5 e 10, di quella precedente, il giudice per le indagini preliminari non ha il dovere di interrogare l’indagato prima di ripristinare nei suoi confronti il regime carcerario e non è tenuto a reiterare l’interrogatorio di garanzia neanche successivamente quando la misura cautelare precedentemente emessa sia caducata per motivi esclusivamente formali, sempre che l’interrogatorio sia stato in precedenza regolarmente espletato e sempre che la nuova ordinanza cautelare non contenga elementi nuovi e diversi rispetto alla precedente.

A tale consolidato orientamento il Collegio aderisce pienamente, dato che l’interrogatorio in questione è posto a garanzia dell’imputato, sicchè tale garanzia non ricorre ove lo stesso sia stato messo nelle condizioni di esprimere in precedenza le sue difese sulla medesima imputazione (Sez. 2, n. 9258 del 23/11/2012, Sarpa. Rv. 254870).

Segue il principio di diritto affermato dai giudici:

«Nell’ipotesi di emissione di nuova misura cautelare custodiale in seguito alladichiarazione di inefficacia, ai sensi dell’art. 309 c.p.p., commi 5 e 10, di quella precedente, il giudice per le indagini preliminari non ha il dovere di interrogare l’indagato prima di ripristinare nei suoi confronti il regime custodiale e non è tenuto a reiterare l’interrogatorio di garanzia neanche successivamente, sempre che l’interrogatorio sia stato in precedenza regolarmente espletato e sempre che la nuova ordinanza cautelare non contenga elementi nuovi e diversi rispetto alla precedente».

Ad avviso dello scrivente, ripetere un qualcosa posto a garanzia del diritto alla difesa, non è mai un’esagerazione. Per questo motivo non mi trovo in accordo con questa sentenza.

Carlo Chialastri

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Giustizia: slitta il Decreto per il risarcimento ai detenuti… è ad “alto tasso di impopolarità”

 

Prende corpo, ma dovrebbe essere formalizzato solo al prossimo Consiglio dei ministri, l’annunciato (anche a Strasburgo) rimedio “compensativo” per i detenuti che subiscono o abbiano subito una carcerazione “inumana e degradante”. Il famoso risarcimento ai detenuti.

“Costretto” dalla Corte dei diritti dell’uomo, il governo, in una prima versione del decreto legge approvato venerdì scorso, ha previsto misure risarcitorie consistenti o nella riduzione di un giorno ogni 10 di pena oppure, se si è già fuori dal carcere, in un indennizzo pari a 8 euro per ciascun giorno trascorso in condizioni “degradanti”.

Assai meno dei 20 euro al giorno stabiliti a Strasburgo per risarcire i detenuti, e non senza una serie di condizioni, a cominciare dal periodo minimo di “tortura” sofferto per poter essere indennizzati, cioè non meno di 15 giorni.

Il detenuto dovrà rivolgersi al magistrato di sorveglianza per ottenere il risarcimento, cioè lo “sconto” di un giorno ogni dieci ancora da espiare. Ad esempio, se la pena residua è di un anno, si uscirà 30 giorni prima; se è di tre anni, tre mesi prima. Tuttavia, se la pena residua non consente la detrazione dell’intera misura percentuale, il magistrato liquiderà a titolo di risarcimento danni una somma pari a 8 euro per ciascuna giornata trascorsa in condizione degradanti.

Ad esempio, se resta da scontare un anno di pena ma, considerato il periodo di sofferenze lo sconto dovrebbe essere di due anni, sull’anno residuo verrà calcolato il risarcimento in ragione di 8 euro al giorno.

Avrà diritto al risarcimento anche chi ha subito le condizioni inumane e degradanti durante la carcerazione preventiva. In tal caso, se il periodo in custodia cautelare non è computabile nella determinazione della pena da espiare, entro sei mesi dalla cessazione della detenzione può essere chiesto il risarcimento del danno. Idem per chi è già fuori, avendo già scontato interamente la sua pena. Sono ovviamente previste norme transitorie.

Chi, al momento dell’entrata in vigore del decreto, ha finito già di espiare la pena, definitiva o in custodia cautelare, può chiedere il risarcimento entro sei mesi. Lo stesso termine è dato ai detenuti e internati che abbiano già presentato ricorso alla Corte di Strasburgo, qualora il loro ricorso non sia stato ancora dichiarato “ricevibile”. Resteranno a Strasburgo, invece, quei ricorsi già in fase avanzata di cognizione per i quali, in caso di accoglimento, scatteranno indennizzi maggiori.

Sembra che Matteo Renzi temesse la reazione dell’opinione pubblica per questo provvedimento che, sebbene imposto da Strasburgo, ha un alto tasso di impopolarità. Salvo spiegare che lo Stato italiano, se non lo avesse varato, sarebbe stato costretto a pagare più del doppio di quanto dovrà pagare ai detenuti. E questo al di là del fatto, di per sé grave, di aver consentito una detenzione in condizioni di assoluta inciviltà.

 

Pena scontata del 10%, oppure 8 € al giorno (Public Policy)

 

Nel caso in cui un detenuto trascorra un periodo superiore a 15 giorni in condizione di detenzione tali da violare l’articolo 3 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (“Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”), il Magistrato di Sorveglianza “dispone, a titolo di risarcimento del dallo, una riduzione della pena detentiva ancora da espiare pari, nella durata, a un giorno per ogni dieci durante il quale il richiedente ha subito il pregiudizio”.

La misura scatta qualora il detenuto, personalmente o tramite difensore, presenti istanza. È previsto che “quando il periodo di pena ancora da espiare è tale da non consentire la detrazione dell’intera misura percentuale il Magistrato di Sorveglianza liquida altresì al richiedente, in relazione al residuo periodo e a titolo di risarcimento del danno, una somma di denaro pari a 8 euro per ciascuna giornata nella quale questi ha subito il pregiudizio”.

Stesso trattamento nei casi in cui il periodo trascorso in condizioni disumane sia stato inferiore a 15 giorni, in caso di custodia cautelare o di pena espiata (in questi ultimi due casi l’istanza deve essere presentata entro sei mesi dalla cessazione dallo stato di detenzione o di custodia cautelare).

Le coperture, valutate in 5 milioni di euro per il 2014, in 10 milioni per 2015 e in circa 5,3 milioni per il 2016, saranno reperiti attingendo, per il 2014, al fondo dove vengono destinate le sanzioni amministrative irrogate dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcom), e, per gli anni 2015 e 2016, dalla riduzione del Fondo per interventi strutturali di politica economica. Confermata l’estensione ai minori di 25 anni delle misure cautelari, quelle alternative al carcere, previste per i minorenni. Eliminata solo la parte che specificava che le misure cautelari per gli under 25 venivano estese solo per motivi di studio, lavoro o famiglia. Attualmente l’estensione è prevista solo fino a 21 anni di età.

Il Sole 24 Ore, 15 giugno 2014

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Un mio intervento sul Maltrattamenti in famiglia (parte 3)

Terza ed ultima parte della mia parte nell’e-book sulla normativa contro i maltrattamenti in famiglia.

Con il testo contro il femminicidio (Decreto Legge , testo coordinato 14.08.2013 n° 93 , G.U. 16.08.2013) sono stati apportati degli accorgimenti alla materia al fine di rendere più snello, veloce e sicuro il procedimento e di conseguenza la vita della vittima.

Un’importante novità è la possibilità per le vittime di accedere alla difesa con il gratuito patrocinio a prescindere dal proprio reddito. Questa rappresenta un importante novità perché è fino ad ora era prevista solamente per chi aveva subito delle mutilazioni genitali.

1.  Conclusioni

Nel  momento in cui non rimane altra scelta, bisogna far partire il procedimento penale.

Per farlo partire nel migliore dei modi e far sì che la situazione venga inquadrata nel giusto contesto (quello del maltrattamento quindi) bisogna prendere dei piccoli accorgimenti.

Prima di tutto è bene fare diverse e numerose segnalazioni alla Polizia. I fatti descritti devono riguardare maltrattamenti avvenuti più volte. La ripetibilità del gesto è fondamentale ai fini della condanna. All’apprendere i fatti da voi descritti la polizia non farà altro che creare un fascicolo e aprire un procedimento. Voi  dovrete far aprire diversi fascicoli affinchè vi sia il reato di maltrattamento e non magari delle semplici lesioni (punite diversamente). Nessuno partirà a sirene spiegate verso casa vostra quindi. Ogni volta che raccontate i fatti, ricordate di riportare alcune testimonianze che potranno tornarvi utile, ad esempio indicare se è intervenuto qualche vicino per placare gli animi.

Anche per quanto riguarda la documentazione medica è bene avere diversi interventi del pronto soccorso (naturalmente se veritieri). Anche in questo caso in teoria dovrebbe partire un procedimento penale, ma non è detto che avvenga, spesso il pronto soccorso accetta la prima versione data dal soggetto bisognoso di cure, ad esempio la spesso utilizzata “caduta dalle scale”.

Una volta depositate più querele  riguardanti ogni singola lesione/percossa(sul come stipulare al meglio una querela sarebbe meglio farsi aiutare da un avvocato) cominceranno vari procedimenti che saranno poi riuniti in un unico processo per maltrattamenti. Per costituirsi parte civile e quindi ottenere l’eventuale risarcimento del danno per ciò che si ha passato è necessario farsi assistere da un avvocato.

Carlo Chialastri

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Un mio intervento sul Maltrattamento in famiglia (parte 2)

Ecco la seconda parte del mio intervento.

Buona lettura.

Il reato di Maltrattamento in famiglia, art. 571 c.p.

Il maltrattamento in famiglia è un reato perseguibile d’ufficio, descritto e reso tale dall’art. 571 del codice penale che recita testualmente “

Chiunque,(…) , maltratta una persona della famiglia, o un minore degli anni quattordici, o una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da uno a cinque anni.
Se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a otto anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a venti anni.”

Viene quindi punito dal nostro Stato chiunque maltratta una persona che in qualche modo si trova in una situazione di sudditanza psicologica con l’aggressore, ma andiamo con ordine.
Innanzi tutto bisogna capire cosa si intende per “maltrattare”, termine fondamentale in quanto rappresenta la condotta tipica che l’ordinamento penale vuole reprimere.
Come è già stato ampiamente descritto in questo e-book, può essere sia fisico che psicologico.

Il maltrattamento si differenzia dalle percosse e dalle lesioni (art. 581 e 582 del nostro Codice Penale) sia per la sua frequenza nel tempo sia per il rapporto che lega aggressore ed aggredito.

Per esserci maltrattamento di regola si richiedono almeno tre diverse condotte violente nel tempo; è quindi importante che quando si subisce un atto violento (ripeto sia fisico che psicologico) lo si possa documentare.

Come vediamo dall’articolo se dagli atteggiamenti violenti ne derivano delle lesioni gravi/gravissime la pena è aumentata.

Questo è un reato perseguibile d’ufficio, ciò significa che per partire il procedimento non ha bisogno di una querela da parte della vittima e che la possibilità di far partire il procedimento penale non decade in soli tre mesi, cosa che accade ad esempio con le percosse o le lesioni lievi.

Per quanto riguarda il rapporto tra maltrattatore e vittima, il legislatore ha riservato particolare attenzione nel descrivere le varie circostanze che possono verificarsi in cui la vittima versa in uno sorta di stato di custodia e quindi fiducia da parte del violento. Il legislatore ha quindi voluto inasprire la pena, come in altri casi, nei riguardi dei soggetti che abusano della loro posizione, anche familiare.

 

Segue.

 

Carlo Chialastri

 

 

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Un mio intervento sul Maltrattamento in famiglia (Parte 1)

Mi fa piacere darvi l’anteprima di quello che sarà il mio intervento, prettamente penalistico, per un e-book contro il maltrattamento in famiglia. Di seguito la prima parte, buona lettura.

1.  Premessa

In questo breve capitolo, a me affidato, cercherò di dare dei consigli pratici a cui cercare di attenersi al fine di rendere il più semplice possibile il corso del procedimento penale a carico del violento.

Su ciò che configura la condizione psicologica e fisica di maltrattamento, e su quelle che sono le ripercussioni psicologiche, nonché i rimedi, civili o curativi, si è già abilmente parlato per opera dei miei colleghi “scrittori dell’e-book”. Vorrei però sottolineare l’importanza della “volontà” da parte del maltrattato di portare avanti un procedimento penale. A differenza degli altri rimedi di cui si è parlato, il processo penale a carico del violento è l’unico modo per arrivare alla sua condanna penale. È quindi importante, ai fini del corretto utilizzo di questo capitolo dell’e-book, che la persona che subisce, o che vede subire, violenze voglia che il violento sia punito (rieducato) .

2.  Consigli da NON seguire

Mi preme iniziare il mio intervento prima di tutto con delle raccomandazioni. Può capitare che una persona, presa dal momento di dolore, voglia sfogarsi con qualcuno. Capita ancora più spesso che quel qualcuno, preso da ira per l’appreso, dia i suoi consigli, senza dare molto peso alle parole dette. Sentirete spesso quindi consigliarvi la cd.  “giustizia fai da te” , ovvero trovare il modo per dare una lezione “non legale” all’aggressore.

Ricordo che ciò ha però delle ripercussioni penali e tra l’altro non è detto che possa concretamente risolvere il problema ma anzi, potrebbe addirittura peggiorarlo.

 

Altri “confidenti” invece si stupiranno del perché non si sia ancora agito, ma poi non faranno nulla per aiutarvi concretamente, ma riusciranno a farvi sentire in colpa per non aver ancora preso la situazione sotto il proprio controllo.

I consigli giusti per risolvere la vostra situazione li trovate in questo  e-book.

Segue.

Carlo Chialastri

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